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TERME
VIGLIATORE tra
il mito e la storia
di Tindaro Porcino
Della Storia di questo nostro Paese, conosceremo adesso una
caratteristica Tradizione Popolare: la “Fiera
di Terme”, che ha origine in tarda epoca.
Essa,
perpetuantasi tuttora in questi nostri giorni, ci tramanda come, in
qualche modo, si mutava (nel tempo della sua origine) la condizione
del nostro Popolo, che diventando libero anche se per durata
spaziale esigua per grazia sovrana (e in un periodo in cui la
rigorosa stratificazione gerarchica ben difficilmente consentiva
sovvertimenti di sorta nell’ordine delle Caste prestabilite),
poteva usufruire di alcuni insoliti ed essenziali benefici; che
altrimenti erano appannaggio di Categorie sociali differenti a
quelle nette quali esso si connotava.
In
quei, annuali e speciali, giorni, i nostri antenati, infatti,
appartenenti in maggioranza a quella cosiddetta popolazione
servile per l’autonomia concessa dal Re, si trasformavano in
“burgisi” godendo
perciò della prerogativa di autogovernarsi, e quindi, della
facoltà di promulgare Leggi ,
e d’istituire Balzelli (applicati
questi ai numerosi partecipanti extraterritoriali detta “Fiera”,
che colli esponevano mercanzie).
In
tal modo, esercitando il beneficio detta libertà, insolitamente
dimenticavano la toro atavica condizione di dipendenti; e all’impossibilità
del riscatto del loro naturale stato giuridico vincolato al lavoro
dei campi, nei normali tempi dell’anno vi facevano corrispondere
come per naturale rivalsa il meticoloso studio di tutte quelle cose
o iniziative, che sarebbero state necessarie per i venturi annuali
giorni di festa; quando la certezza meravigliosa di quel Regio
Decreto, che donava a toro la suprema libertà, li avrebbe fatto
risentire “cittadini”, quindi,
non inferiori a nessuno; senza vincoli di servaggio, e pertanto,
nella piena facoltà di agire ed operare in totale autonomia.
Anche
se, tuttavia ad onor del vero, la loro condizione di subalterni non
era poi cosi gravosa ed inumana, come quella di altri contadini, in
servizio in luoghi vicini a ciò era dovuto alla particolarità dei
loro specialissimi “padroni”,
che d’iniziativa propria e in deliberata volontà, anzichè
rivestirsi d’albagia e superbia com’era naturale che fosse per
chi deteneva allora il potere! si adornavano, invece, d’umiltà e
carità.
Ma
diciamo, dunque, con ordine quando tutto questo, esattamente,
accadeva; e chi fossero quei “speciali Padroni” del nostro
Popolo. Intorno agli ultimi anni del 1200 e agli inizi del 1300 in
queste nostre Contrade giunsero i figli di S. Benedetto: i Monaci
Benedettini. Essi, presenti in verità, nella nostra Provincia
Messinese, sin dal tempo del loro fondatore ( 534 d.C.), hanno
sempre avuto riconosciuto dai reggitori delta Cosa Pubblica, quanto
i dettami di quella loro Regola promulgata in un giorno lontano a
Montecassino fossero veri, e quanto diventassero pertinenti quell’Ora
et Labora”, assieme allo stesso motto “Pax”,
nel benefico miglioramento degli uomini e delle terre, in cui
essi andavano a vivere e lavorare, nei periodi più bui ed
oscurantisti delta Storia. E proprio qua da noi, come sopra
accennato, dopo il flagello della Guerra
del Vespro (1283), vennero ad abitare e a lavorare i detti
Padri.
Accordata
a loro la facoltà di un luogo per costruirvi una Grancia dipendente questa da1l’autorità dell’Abate del
Monastero di S.Maria Latina, o altrimenti detto “Della Valle di
Giosafat” e fabbricatasela assieme alla Chiesa sul pianoro dove
oggi, ancora, c’è la Chiesetta della Madonna delle Grazie e le ville
Stancanelli e lannelli, diedero mano
a quell’indefessa fatica di braccia e d’esemplarità perchè
fossero cancellate le brutture e le devastazioni, materiali e
morali, inflitte dalle soldataglie devastatrici.
Le
nostre terre, già oasi sperimentali al tempo del grande Svevo.
ritonarono dopo le rovine del “Vespro”, mercè l’opera
benedettina, ad essere ciò che in passato erano state: ma anzi, dal
provetto lavoro degli stessi Cenobiti si ebbero avviate culture
nuove validamente rispondenti, data l’ubertosità dei luoghi.
Fu
così che il nostro territorio conobbe la “Canna Meli” (canna da
zucchero). che una volta raccolta ed essiccata veniva trasformata in
zucchero in quel luogo, oggi chiamato “Palmento” e dove un
giorno sorgevano le officine ed i magazzini dei monaci.
All’opera
di mediazione degli stessi Frati, il nostro Popolo deve pure quella Tradizione,
che, in virtu del Real Decreto concesso da Federico IV D’Aragona
(1365 c.) in un suo soggiorno fatto presso la celeberrima “Fonte
di Venere”, per godere della cura d’acque
le accordava la facoltà, nello spazio limitato ai
festeggiamenti della SS. Padrona, di essere artefice di opere e di
fatti, nella libertà di giurisdizione.
Lo
stesso antico Decreto, ricondotto però alla sua originarietà
primitiva libero, cioè, dalle Imposte Regie, subentrate queste dopo
la partenza dei Monaci Benedettini dal nostro Paese (e cioè avvenne
nella seconda metà del 1500) per la solerzia dei nobili Giurati
della Città di Castroreale, che a ciò s’interessarono, è segno
visibile a tutt’oggi per quel ricordo marmoreo, murato sulla porta
principale della vetusta Chiesetta della Grazie, là dove ognuno
può leggervi ciò
che segue:
D.O.M.
Philippo
IIII Siciliae et Hispaniarum
Rege
potentissimo
ad
maiorem Dei eiusque Matris
Virginis
Mariae gloriam et
Popolorum
commoda nundinas has
a
vulgo Termini dicta regis
vectigalihus
levaverunt solertissimi
patres
Michael Lococo
Franciscus
Albertus Marius Basilicò
et
Michael Maria Cammareri Anno
Domini
MDCXLIII
Dio
Ottimo Massimo
Filippo
IV Re potentissimo di Sicilia e di Spagna. Alla maggior gloria di
Dio e di Sua Madre la Vergine Maria e a beneficio dei Popoli ,
questa “Fiera”, volgarmente detta “di Termini”, fu
ricondotta dai solertissimi Padri
MICHELE
LOCOCO, FRANCESCO ALBERTI, MARIO BASILICO e MICHELE MARIA CAMMARERI,
libera da Imposte Regie nell’anno del Signore 1643.
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