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TERME
VIGLIATORE tra
il mito e la storia
di Tindaro Porcino
Terme
Vigliatore
ha un percorso politico-amministrativo risalente a
poco più di un trentennio, essendosi costituito Comune
autonomo con Legge Regionale n.15 del 26/06/1966, tuttavia la
civiltà che si affermò nei siti su cui si estende il suo
territorio sembra essere così antica da oltrepassare i confini
stessi della storia.
Infatti,
anche se l'Archeologia allo stato attuale non ha dato un esauriente
contributo, e' verosimile risalire alla storia naturale ed alle
antiche vicende di
questa nostra
località sia con l'attenta lettura dei
testi di storici
classici e di documenti medievali sia attraverso una
corretta interpretazione dei toponimi ( nomi dei luoghi ).
Già
gli scavi archeologici di contrada San Biagio hanno riportato
alla luce negli anni Cinquanta tracce di insediamenti
umani del periodo protostorico
e dell'età ellenistica nonchè una patrizia Villa Romana del
1° sec. d.C. .
E’
anche un dato reale che l'antichissimo fiume di Termini rappresenta
un 'area geologica molto interessante.
Questo
nome gli deriva senza alcun'ombra di dubbio dalla ricca sorgente di
acque termali, nota per sue qualità
terapeutiche, sin dall'antichità, con la denominazione di Fonte
di Venere, tant'è vero che viene già menzionata da Plinio il
Vecchio, scienziato-naturalista del 1° sec. d.C., e dallo storico
classico Marco Arezio.
Sebbene
il nome di "termini"
sia il più comune, tuttavia questo torrente conserva
ancora altre varie denominazioni che gli sono state storicamente attribuite, anche
se oggi vengono
usate più di rado.
In
un diploma di Federico III d'Aragona del 1324 viene chiamato fiume
di "Plati",
avendo forse preso questo nome dalla foresta di Plati di
Castroreale; ma,
secondo il ricercatore di notizie storiche, Andrea Zanghì di Rodi,
questo termine deriverebbe dal greco "platòs" col
significato di "accessibile", proprio perchè, a parer
suo, il fiume nel passato sarebbe stato navigabile almeno fino a
Porto Salvo.
Comune
ancora oggi e' il nome di "Patri'" che, secondo Filippo
Rossitto, storico municipale
Barcellonese del secolo scorso, sarebbe una corruzione dialettale di
"Platì".
Viene
anche chiamato "Rossolino" dal colore rossiccio che
assumono le sue acque a causa dei temporali
che avvengono, sul finire dell'estate, nel suo alto bacino,
presso Fondachelli.
In
una carta geografica della Sicilia dal 1721 e' riportato col nome di
"Flume de l'Aranci"; quest'altro attributo, è più
che consono se si considera che tutta
la sponda di ponente, dalle Rocche di Marro fino al mare, è
lussureggiante di aranceti.
Ma
il nome che in studi sia meno sia più recenti ha fatto sorgere
molte, controversie è quello di " Longano ". Infatti
sulle rive del Longano nel 270 a.C. si combattè la famosa battaglia
tra i Mamertini
di Cione e i Siracusani
di Gerone: battaglia che fu documentata da conosciuti storici
del mondo classico, come Polibio e Diodoro Siculo, e che segna pure,
con la 'vittoria dei Siracusani, la fine della storia della
città alleata dei
Mamertini ; Longane, già esistente dalla prima metà del Bronzo.
Sebbene
sulle carte geografiche il nome di Longano sia attribuito a
tutt'oggi al torrente che attraversa Barcellona Pozzo di Gotto ed
insigni storici del Seicento quali il Cluterio ed il Fazzello, del
Settecento quale l'Amico, dell'ottocento quali il Di Blasi ed il
Casagrande, sostenessero questa
tesi, tuttavia in tempi recenti autorevoli archeologi come il Ryolo
Di Maria ed il Bernabo' Brea hanno avanzato la teoria secondo la
quale il sito della battaglia andrebbe collocato sulle rive del
torrente "Termini" ed il
Longano andrebbe identificato con quest'ultimo.
Infatti
il primo ritiene che quel monte Torax di cui parla Diodoro Siculo
sia da identificarsi con il monte Marro ( Rocche di Marro ); il
secondo a sostegno
della sua tesi adduce il ritrovamento, di cui egli stesso fu
l'artefice negli anni Cinquanta, dei resti archeologici, di
un'antica città arroccata nel Piano di Pirgo (oggi ricadente nel
Comune di Rodi Milici) alla quale egli assegna l'identità di "
Longane ".
Queste
sono controversie che non potranno certamente portare all'esatta
identificazione del luogo su cui sorse l'antica città greco-arcaica
fino a quando l'archeologia non sarà in grado di reperire elementi
ancora più concreti.
Ai
discenti comunque giova apprendere che l'antico territorio di cui
oggi Terme Vigliatore occupa una parte, proprio per le sue speciali
caratteristiche, sarà anche stato, con molta probabilità, culla di
arcaiche civiltà
preesistenti a quella romana.
Oltre
alle varie connotazioni cui ha dato spunto il Torrente
"Termini", molti altri toponimi si prestano all'indagine
ed alla ricostruzione della storia del territorio di Terme
Vigliatore, a tal uopo
molto interessante si rivela
la contrada Sullaria.
Questo
toponimo è ritenuto da più
parti una corruzione dialettale di Solaria.
II
termine "Solaria"
appare citato
per la prima volta in una sentenza emessa dal re normanno Ruggero II°
e sta a denominare una terra appartenente al
Demanio Regio dell'antica Piana di Milazzo; compare anche in
date successive in altri documenti regi della cancelleria sia
Normanna sia Sveva.
In
un diploma del 1628 dei
Registri della Cancelleria angioina e specificatamente nel volume
I° in cui è menzionato pure Cartulario (feudo di Quartulario), il
sito viene citato con la denominazione di casale, quindi
popolato: ".....in territorio casalis de Solaria, que
terre vulgariter appellantur de Terminis..... ".
Ma
c'è chi ipotizza che la terra di Solaria abbia origini molto più
antiche di quelle Medievali: origini
cosi remote
da varcare i confini stessi della storia ed entrare nel mondo
del mito.
Infatti
l'audace teorico A.Saya Barresi, partendo dall'interpretazione
etimologica del
toponimo, avanza l'ipotesi secondo la quale Solaria sarebbe da
identificare con quel fecondo sito dell'isola di Trinacria in
cui, stando alla mitologia,
pascolavano le pingui giovenche sacre ad Apollo (il dio del Sole) e
la poesia di Omero colloca il vissuto di una delle tante peripezie
dell'eroe greco Ulisse.
Si
tratta pur
sempre di una identificazione ipotetica che allo stato
attuale non trova alcun riscontro
archeologico, anche se lo stesso teorico la sostiene; da
parte mia, al di là di, ogni congettura,
voglio fornire all'uopo qualche riflessione.
Sebbene
sia una pretesa individuare con scrupolosa esattezza i luoghi
descritti nell'Odissea perchè, non dimentichiamo, una tempra
poetica come Omero non poteva tralasciare di trasfigurarli con la
sua fantasia, di renderli particolarmente vividi e freschi, di
animarli di intensa luce e cromia, quindi di idealizzarli, tuttavia
il paesaggio che vi è raffiqurato rispecchia realmente le
caratteristiche delle regioni dal Mediterraneo, il sommo poeta forse
vide personalmente quei luoghi, avendo viaggiato moltissimo (per
quanto ci viene tramandato), o ne sentì certamente parlare da
marinai che li avevano conosciuti .
Intanto,
teniamo conto,"in primo luogo della speciale posizione
geografica del territorio di Terme Vigliatore, che dalle ondulate
colline a ridosso del Peloritani si estende verso la ridente
pianura (un tempo facente parte del piano Milatii) fino al Tirreno,
col suggestivo scenario delle Isole Eolie, di Capo Milazzo
e di Tindari: in secondo luogo prestiamo anche
attenzione alla fecondità delle sue terre ed alla presenza
di antiche e salutari sorgenti come la
Fonte di Venere e la Ciappazzi
(quest'ultima fonte in origine da un monoblocco roccioso
geologicamente conformato a lastroni:
l'etimo dialettale
significa propriamente "lastroni di roccia").
Giungeremo
cosi alla constatazione che questi luoghi, che in passato dovevano
avere un aspetto ancora più suggestivo, in quanto incontaminati,
hanno poco da invidiare alla "Terra del Sole"
descritta da Omero.
Ai
discenti ricognitori interessa prendere coscienza proprio di questo,
perchè non è possibile andare oltre pretendendo di attribuire
all'antico territorio di Terme Viqliatore l'identità di “Terra
del Sole": terra
che, ribadisco,
improbabilmente potrà
essere identificata in un luogo specifico e reale perchè, pur
specchiando realmente elementi paesaggistici mediterranei, viene
inequivocabilmente trasportata sul piano ideale dal calibro
inventivo del sommo poeta greco.
Potrebbe
essere invece verosimile collocare nell'antico territorio di Terme
Vigliatore quella Policna o Artemisia nei pressi di Mylai (Milazzo)
che Cesare conquistò prima della battaglia del Nauloco, combattuta
contro Sesto Pompeo nel
36 a.C. .
Della
conquista di questa vetusta città, già fiorente centro della
produzione metallurgica nel periodo
greco-arcaico e più volte citata dalle
fonti storiche, riferisce anche Appiano Alessandrino nel suo
De Bello Civile. Questi
nel menzionare la Policna, la riporta addirittura come il centro di
produzione delle "vacche del Sole" ed il luogo in cui
avvenne il sogno di Ulisse. Senza dubbio lo
storico classico,
in tal caso, non intende asserire ma solamente
riferire, una credenza diffusa
tra gli antichi abitanti del luogo
che, consapevoli delle
particolari caratteristiche che la loro terra, privilegiata dalla natura, deteneva, erano portati ad
identificarla con quella Terra
ove secondo il mito pascolavano le preziose giovenche sacre ad
Apollo (tanto che i pani
bronzei quivi prodotti venivano chiamati le "vacche del
Sole" e l'eroe greco dell'Odissea aveva vissuto una
delle sue disavventure. Anzi, ancora, essi, prima che venissero
decimati dagli affamati naufraghi compagni d’Ulisse, per il mal
consiglio del dissidente Euriloco, si dissetavano, di preferenza, a
quella salutifera sorgente d’acqua scaturente da un luogo
eminentemente pietroso denominate “Ciappazze”
e che, per le proprietà terapeutiche ch’essa
presentava, era scelta come toccasana ai pericoli del parto dalle “...
belle giovenche di fronte larga e con le corna in arco quando
giunto il tempo, già pregne s’approssimavano alla maternità.
Si
tratta pur sempre di una credenza, che tuttavia non impedisce ai
discendenti ricognitori di fare delle analogie.
Ritornando ancora a trattare della “Fonte
di Venere” diciamo subito che un’altra importante notizia ci
parla della efficacia di questa nostra Sorgente che nientemeno,
convinse, una mitica Regina a fermarsi qua da noi. da come vuole un’antichissima
tradizione locale, accreditata fra l’altro da scrupolosi storici,
quando la Regina di Trebisonda lasciò per ragioni non meglio
precisate il suo regno in
Oriente, il motivo che maggiormente la spinse a restare in queste
nostre contrade fu, oltre alla bellezza dei luoghi, la salubrità di
quelle acque; che non solo avevano la virtù di ridare giocondità
ai visi, ma anche salute ai malconci corpi. Si fece pertanto
costruire un palazzo e accettata da tutti i popoli di queste terre
fu acclamata per loro sovrana; regnando in pace e saggezza per lungo
tempo. Questa sua reggia era prossima a quella citata “Fonte”,
ed essa amava usare di quelle acque quotidianamente.
Un’altra
importante notizia crediamo di desumere dal “De
Bello Civile” di Appiano Alessandrino; ed esattamente quella
che ci parla dell’incontro di Lucio
Cornificio (uno dei Comandanti di Cesare Ottaviano) e Laronio
(l’inviato di Vespasiano Agrippa, genero di Cesare). Questo
incontro che avvenne presso una non meglio descritta Fonte
che secondo noi, per gli elementi incontrovertibili che
traspaiono dal racconto storico, è possibile identificare con la “Fonte
di Venere” , accadde a metà Agosto dell’anno 36 a.C. e s’inquadra in quegli avvenimenti storici di eccezionale
rilievo sia per lo schieramento imponente di forze impiegate, sia
per te conseguenze politiche d’ordine interno che a Roma ne
derivarono: le sanguinose e fratricide battaglie combattute tra
Cesare Ottaviano divenuto poi Imperatore e Sesto Pompeo.
Il
citato storico ci fa sapere che all’indomani di quella gravosa
perdita di legni, subita da Cesare Ottaviano nelle acque di Capo S.
Alessio, nei pressi di Taormina, mentre il futuro Imperatore stava
anonimamente per partire e ripararsi sulle coste calabre, consigliò
a Lucio. Cornificio, perchè non fosse tagliato fuori dalle vie di
normale rifornimento causa i propositi d’affamamento, chiaramente
dimostrati dalla strategia di Sesto Pompeo di riunirsi col grosso
delle truppe del genero Agrippa a Tindari.
Cornificio decise quindi, seguendo il consiglio, di
raggiungere questa città capitolata, nel frattempo, dopo strenua
difesa pompeana per via interna; seguendo cioè la strada dei monti.
Si
parti, perciò, da Taormina e costeggiò il fiume Alcantara. ma,
poichè era sua ferma intenzione che di quella via montana fosse
percorso il tragitto più riparato e breve possibile dato il palese
incombente pericolo di spiacevoli incontri con le truppe avversarie
giunto che fu a Randazzo limitò allo stretto necessario per gli
uomini delle corti la sosta di rifocillamento.
Prosegui poi, sempre con visibile cautela, la marcia verso l’usuale
direzione che l’avrebbe portato da Montalbano a Basicò, e da qua,
infine, al litorale tirrenico in prossimità di Tindari.
Se nonchè, appena lasciato Randazzo e non oltrepassato
ancora Santa Domenica Vittoria fu assalito a sorpresa dalle truppe
di Pompeo, che perlustravano quella via; e pertanto costretto ad
ingaggiare battaglia.
Il
combattimento, svoltosi accanitamente da entrambe le parti, durò
parecchie ore, e sembrava di non aver termine nè vincitori. Ma con
le prime ombre della sera, che fortunatamente sopraggiungevano in
aiuto della strategia di Cornificio, la vittoria arrise finalmente
alle truppe cesariane, le quali di fretta radunate dal loro capo
ebbero dalla complicità dell’incipiente notte, 1’agio di porsi
al sicuro per altra strada, che non era quella usualmente battuta.
Infatti Cornificio puntò su Francavilla e da qua, sempre forzando
le marce ed attraverso la, cosiddetta, Portella di Mandrazzi, giunse
a Novara. Col
sorgere del sole la distanza fra lui e le truppe di Pompeo era più
che considerevole e poteva quindi, se avesse voluto, riprendere il
percorso solito. Poi ritenendo più saggio di non esporsi ancora ad
eventuali pericoli d’improvvise sortite del nemico, che in
permanenza controllava quella via montana, pensò bene di continuare
la marcia verso il litorale, costeggiando il torrente Termini, o
Patri, (l’antico Longano).
E
per questa strada, pur disagevole di tanti tornanti e dirupi, ma
sicura d’aggressioni e sortite avversarie, compiendo l’ultimo
finale sforzo Cornificio giunse incolume e con il grosso delle sue
truppe a quella Fonte, dove il collega Laronio
già da tempo avvisato l’attendeva.
Dicevamo già prima che non ci sono dubbi perchè quella generica “Fonte”,
non meglio precisata da Appiano, possa non essere individuata
con la Fonte di Venere. Lo
storico del “De Bello Civile” citandola con il solo sostantivo,
secondo noi, non mancò di completezza, perchè la fama di quella
sorgente non aveva bisogno di altre descrizioni per essere
riconosciuta.
D’altronde ancora, per fugare qualsiasi dubbio sulla certezza
della sua identità e del suo riconoscimento, basta solo sapere che
di Fonti, celebri nell’antichità, oltre quella di “Venere”,
ed ubicate nel circondario dove sorgeva Tindari, non ne esistevano.
Quindi nuovamente affermiamo: La Fonte dell’incontro fra
Cornificio e Laronio, citata da Appiano nel suo “De Bello Civile”
nel Libro V, dal capitolo 105 al 115 dove si parla della Battaglia
del Nauloco, avvenuta nell’anno 36 a.C. fra Sesto Pompeo e Cesare
Ottaviano è la celebre “Fonte
di Venere” sgorgante nelle nostre contrade. Per altra via
comunque ma questa è collaterale ci pare che possa ancora venire la
conferma di quanto adesso detto. Lo sfrenato amore dei bagni,
infatti, che fu una delle caratteristiche igieniche dell’antica
Roma, non poteva non far rendere conto di quella Fonte
già per altro nota nell’antichità greca ai Romani
conquistatori dell’Isola; i quali non solo erano i maggiori
estimatori dell’arte, del pensiero e di ogni qualsivoglia forma di
vita di quel civilissimo Popolo, che nel dominio della Sicilia li
aveva proceduti, ma pure attenti conservatori e restauratori delle
loro opere.
Pertanto
crediamo non sfuggisse a loro quanto già, per i predecessori, fu considerevole. La notorietà della stessa
Fonte, mai venuta meno nei tempi ci ha lasciato uno dei segni più
tangibili in quel complesso denominato “Villa
delle Terme”, in Contrada S. Biagio, e dove è possibile
constatare quanto sin qui asserito.
La
costruzione del 10 secolo
d.C. sfruttando, peraltro, un ingegnoso sistema di canalizzazione,
permetteva agli aristocratici proprietari,
e ai loro ospiti, di usare delle miracolose proprietà di quelle
acque all’interno e nella riservatezza della loro casa;
consentendo ancora che, alla promiscuità della pubblica “FonVeneris
in Planuin Mylarum” frequentata da gente d’ogni specie loro
ovviassero, pur non rinunziando ai
già noti benefici di quella sorgiva, con la
“privacy” della loro lussuosa “Therina”, ricca di ambienti
variamente adornati e splendidamente arredati; dove al culto della
pristina salute non vi si disgiungeva
pure il gusto della bella vita.
Plinio il Vecchio (23 24-79 d.C.), lo scienziato poeta e sommo
naturalista di quel mondo romano, ora appena intravisto, conosceva
pure lui i pregi di questa nostra Fonte; tant’è vero che con la
sua solita esaurienza la descrisse nell’enciclopedico lavoro
avente titolo: “Naturalis
Historia”
Oltre "Sullaria",
al fine di orientare le indagini, facciamo cenno di qualche altro
toponimo come ad esempio San Giovanni lo Spetale, Maceo,
Vigliatore.

San
Giovanni l'ospedale (in dialetto lo Spetale) è situato sulla riva
sinistra del torrente “Termini”, subito dopo il ponte di “Rasta”
nelle vicinanze delle rocche di marro.
Si
è concordi nel collegare
l'origine del toponimo a quella concessione di terre poste nell'antico
Piano Mylatii che Federico, Re di Sicilia, con un diploma del 1208
fece al Priorato dei Cavalieri di San Giovanni gerosolimitano
dell'Ospedale di Messina; la denominazione rimasta immutata dopo
secoli, confermerebbe l'identificazione di una di queste terre con
l'attuale contrada. II
luogo è particolarmente legato al
culto popolare che, dedicate al Battista e più sentito nel passato,
si svolge dinanzi ad una cappella edicola che accoglie una scultura
dall'aspetto irriconoscibile sia a causa delle raschiature fatte dai
devoti per motivi devozionali sia ad opera del tempo.
II sito di Maceo, il cui etimo deriverebbe dai greco "machè"
che significa battaglia, viene citato per la prima volta dal Maurolico
nel 1562 col nome latino
di Macheum; la presenza nel luogo di un albergo del secolo XVI, come riferisce
lo storico Filippo Rossitto, fa presupporre che esso fosse già
popolato.
II toponimo
"Vigliatore", a mio avviso di stretta derivazione latina,
starebbe a
palesare che nel secolo XVI' la zona era guarnita di una di quelle
torri di avvistamento che il Vicereame spagnolo fece edificare, come
fortificazioni vigilate in allineamento distanziato lungo i litorali
aperti, a salvaguardia delle scorrerie dei pirati turchi.
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